Abbiamo davvero bisogno di “capi”?

1989: entro in aula per la prima lezione di Diritto amministrativo, Facoltà di Scienze Politiche, Bari, corso N-Z, il mio. “Voi siete qui perché noi faremo di voi dei capi”, esordisce il professore. Abbandono l’aula e mi dirigo in segreteria per cambiare corso: frequenterò il corso A-M.

Perché mi disturba, da sempre, l’idea che qualcuno debba “comandare” su qualcun altro e mi ritrovo, nel 2014, a ricevere, paradossalmente, indicazioni in tal senso: “abbiamo bisogno di un riferimento”, mi ha detto ieri un attivista del 5 Stelle, immaginando che quel riferimento potessi essere io. Spronandomi, in tal senso, a tirar fuori le unghie per combattere il “male” e ponendomi a capo di un esercito spontaneo di attivisti.

“Comandare”… Siamo vittime di un sistema. Uno dei tanti. E ci ostiniamo a considerarlo l’unico sistema possibile. Le aziende funzionano bene quando c’è qualcuno che comanda e qualcun altro che esegue gli ordini. Gli Stati funzionano allo stesso modo. Persino la società funziona così: chi è più forte domina.

Non condivido affatto questa visione. Non condivido affatto l’idea che questo sia il migliore sistema possibile perché del tutto simile a ciò che avviene in natura (come fossimo scimpanzé alla ricerca del maschio alfa).

Preso atto della nostra intima animalità, ora dovremmo prendere atto anche della nostra infinitamente grande spiritualità, intesa come ambito prettamente umano (chi possiede fede nel divino la comprenda in questo concetto secolare). Da più parti, MoVimento 5 Stelle compreso, si sente parlare di un “nuovo umanesimo”, di un “nuovo rinascimento”. Bene! Che grande filosofia! Come possiamo metterla in pratica? Non c’è soluzione migliore della prova pratica: dell’azione! Sperimentare l’umanesimo nella propria vita vuol dire trasformare i propri desideri illusori (denaro, potere, fama, ecc) in valori reali: condivisione, solidarietà, altruismo,… Siamo pronti? 

Sfidiamoci! Realizziamo una vita basata su questi principi ed avremo trasformato il mondo. C’è realmente bisogno di “capi” in una società in cui la persona che mi è accanto vuole il mio bene? No. C’è e ci sarà sempre bisogno di persone “responsabili”, che abbiano, semplicemente, la capacità di dare risposte ai problemi. E di “resilienza”, che è un concetto meraviglioso di cui potremo parlare non appena avremmo messo in pratica i nostri quotidiani “esercizi spirituali”.

Manifesto per una società armoniosa

Non amo il MoVimento 5 Stelle. Non l’ho mai amato, perché lo considero semplicemente un mezzo attraverso cui migliorare la società in cui vivo. Amare un mezzo, uno strumento vuol dire essere feticisti ed io, per fortuna o per cultura, non lo sono.

In questi anni di attività a 5 stelle, non ho mai smesso di guardare all’obiettivo di ogni mia singola azione: la gente e l’ambiente. Questo amo. Questo è il risultato che voglio conseguire: una società armoniosa in un ambiente armonioso.

Troppo spesso, in passato, ho chiesto di discutere sulla carta d’identità del MoVimento, sulla sua filosofia politica, senza mai aver avuto un riscontro in tal senso. Questa è una mia responsabilità, ovviamente. Avrei potuto e, quindi, dovuto, fare di più. Riparto. Mi rialzo e ripropongo la questione.

Le mie esperienze da candidato pentastellato mi hanno fatto toccare con mano la realtà degli attivisti. Che sono, talvolta, in netto contrasto tra di loro. E’ vero che, nel quadro parlamentare, la sinistra e la destra sono talmente fuse insieme da non riuscire più a distinguerle. Nella società (e nel pensiero accademico), invece, questa distinzione ha ancora un barlume di senso; tra gli attivisti, ad esempio, ce ne sono di sinistra (iper tolleranti e internazionalisti) e di destra (protezionisti e nazionalisti). Qual è, quindi, la filosofia politica in cui mi riconosco e in virtù della quale svilupperò ogni mia azione futura?

La filosofia cui mi ispiro e in cui mi riconosco è una filosofia umanista: l’individuo non è buono né cattivo in senso assoluto. Ciascuno di noi può essere buono o cattivo; spesso ciò dipende da quanto l’ambiente ci condizioni e ci porti ad assumere taluni o talaltri atteggiamenti. La vera svolta “morale” è nella comprensione dell’altro e nel dialogo, come unica via per realizzare un rapporto sincero e reciprocamente rispettoso.

Nessuno di noi esiste a prescindere dagli altri. E’ sufficiente guardarsi dentro, nel profondo, per riuscire a guardare dentro ogni singolo essere umano. 

Questo atteggiamento positivo inietta fiducia e coraggio in chi ci circonda.

L’aspetto rivoluzionario di tale filosofia è proprio la fiducia incondizionata nelle potenzialità dell’essere umano, il quale non è obbligato a selezionare una élite che gestisca il potere ma, al contrario, potrà assumersi la diretta responsabilità di ogni scelta.

Ovviamente ciò non accade dalla sera alla mattina; occorre iniziare sin da ora ad abbracciare tale prospettiva. Sarà questo, infatti, l’unico modo che abbiamo per metterci sulla strada di un futuro sereno, un futuro in cui i veri valori siano realmente perseguiti, con onestà ed intransigenza.

Combattiamo la miseria (sociale, economica e culturale): estirpiamola! Avremo realizzato la pace e l’armonia.

Veleni

Veleni nell’aria, veleni nella terra, veleni nell’acqua. Noi non siamo un’altra cosa rispetto all’ambiente che viviamo. Noi, anzi, siamo quell’ambiente. I veleni sono anche nella società, quindi? Si. Non credo si possa dubitare di questo.
Noi esseri umani, a differenza del resto degli animali e dei vegetali che popolano questo nostro pianeta, abbiamo uno strumento unico: la cultura (il sistema delle conoscenze) e la conseguente possibilità di trasmetterla a chi verrà dopo di noi. Prima di raggiungere questo livello, gli uomini e le donne erano poco più che scimmie.
E’ necessario tornare a queste semplificazioni per avere un’idea chiara di quale potrà essere il nostro futuro. Perché l’umanità si è smarrita e, quando ci si perde, la cosa migliore da fare è tornare da dove si è partiti.
Le società umane, quindi, da qualche migliaio di anni si reggono su degli accordi, su delle convenzioni, che chiamiamo leggi. Va da sé che, se fossimo “maturi” al punto giusto, accetteremmo di rispettare questi accordi senza necessità alcuna di applicare sanzioni. Oggi questo non accade. Le carceri, infatti, sono straripanti di individui colpevoli di aver violato le leggi. Da questo punto di vista non si rileva alcuna evoluzione sociale e politica. Al contrario, siamo tornati ad un tale punto di immoralità che sospettiamo che tanti dirigenti amministrativi e tanti politici infrangano costantemente le leggi. In realtà non si tratta di un sospetto. Pochi giorni fa un procuratore della Corte dei Conti ha detto che negli ultimi vent’anni la classe politica, sia a destra che a sinistra, ha utilizzato “artifici semantici” per violare una legge che nasceva da un referendum, quindi direttamente dalla volontà popolare e quindi “sacra” dal punto di vista della Costituzione italiana (mi riferisco al finanziamento ai partiti). Poi si scopre che le più alte cariche dello Stato sono incostituzionali (fuorilegge!).
Ecco: questi sono i veleni che sono stati sparsi nella nostra società! Legislatori che violano le leggi; legislatori che rendono le leggi incomprensibili ai cittadini, per nascondere i propri movimenti affaristici.
Cosa c’entra tutto ciò con la Xylella che avrebbe attaccato gli ulivi o con i metalli pesanti dell’Ilva? C’entra, eccome! Perché ogni cosa che costruiamo, ogni relazione sociale che abbiamo, ogni nostro singolo comportamento è dettato dal quadro dei nostri pensieri. Nasciamo e cresciamo in un ambiente che non è solo quello naturale, ma anche sociale: ad ogni nascituro infiliamo uno zainetto sulle spalle che contiene un’eredità culturale: il modello sociale dominante. E si cresce con la convinzione che ciò che ci circonda sia giusto, sia il meglio possibile. Perché lo dicono i professori a scuola, lo leggi sui giornali e lo vedi in televisione. La realtà, ahimè, spesso è un’altra.
In questo degradante quadro economico e politico, qual è la visione sociale? Come ci relazioniamo l’uno con l’altro? Siamo realistici! Non ci fidiamo quasi più di nessun altro che non sia un parente stretto e, semmai, solo dopo aver avuto la prova concreta della sua fedeltà. Dei nostri vicini, dei nostri colleghi, degli estranei, noi non ci fidiamo. Questo è il nostro ambiente sociale, che è stressato allo stesso identico modo in cui è stressato l’ambiente naturale. Perché la Xylella non è la causa del disseccamento rapido degli ulivi ma è l’effetto dell’avvelenamento del terreno. Così la nostra sfiducia verso gli altri non è la causa del malessere sociale ma è la conseguenza di un’esistenza trascorsa a “competere” economicamente e socialmente, in un quadro, tra l’altro, falsato dalle troppe scorrettezze esercitate da coloro che amministrano la cosa pubblica: i politici. Ma… attenzione! Questo vagone di individui che noi definiamo politici, in realtà sono semplicemente degli amministratori, spesso pessimi amministratori. Perché la politica è tutt’altra cosa: è il luogo della decisione pubblica ed è un luogo dove si arriva preparati, dove si arriva dopo aver studiato la storia per capire quali soluzione siano state tentate nel passato per evitare di rifare gli stessi errori; è il luogo in cui si è dato un ampio sguardo alla filosofia, per capire quale sia la strada da intraprendere; il luogo in cui si sappia anche di scienza, conoscenza e tecnica… Non tutti, però, si prendono la briga di leggere e studiare. Deve, quindi, restare un luogo riservato ad un’élite? No. Perché oggi, nell’epoca della terza rivoluzione industriale, disponiamo di mezzi di comunicazione mai visti prima d’ora. Abbiamo internet, la rete. Chi dovrà occuparsi di politica dovrà trasferire nel modo più semplice e comprensibile possibile le ipotesi di sviluppo (sostenibile), in modo che la totalità dei cittadini abbiano accesso alle informazioni ed una capacità di scelta (voto) consapevole. Per fare ciò, dobbiamo iniziare a fidarci delle persone che, votandole, deleghiamo affinché possano rappresentare la nostra plausibile ipotesi di sviluppo. Per fidarci degli altri, dobbiamo fidarci di noi. Per fidarci di noi, dobbiamo avere fede nel futuro. Dobbiamo sfidarci. Dobbiamo comprendere come ciascuno di noi sia un essere dotato di dignità assoluta e perfettamente capace di essere ciò che vorrà essere. Dobbiamo imparare a rispettarci e a rispettare gli altri. Non vedo altro futuro all’infuori di questo.
Ho iniziato da tempo questo percorso, dentro di me. Ho mirato alla mia rivoluzione umana, a riconoscere i miei difetti, ad ammetterli e a superarli. Studio e leggo tantissimo, ogni giorno. Ho un’idea di quale possa essere il cammino verso una società armoniosa, giusta e pacifica. Ma non posso e non devo inculcare a nessuno le mie convinzioni. Devo viverle per poter dimostrare che siano giuste. Ovvio che questo cammino sarà lento, ma almeno sarà un percorso virtuoso che condurrà senza dubbio verso la nostra meta.
Siamo reduci da una recente, importante scomparsa: quella di Nelson Mandela. Questo grande uomo, grande esempio, ha trascorso 27 anni in carcere prima di poter dimostrare che l’utopia dell’integrazione si poteva realizzare. Quanti di noi riescono ad avere questa fede e questa infinita pazienza? Questo è il percorso. Non ho alcun dubbio. Emancipiamoci, liberiamoci, realizziamoci. Non contiamo sugli altri. Non facciamoci sconfiggere dagli altri. Ognuno di noi, persone comuni, può compiere il miracolo che ha realizzato Mandela.

Nardò, citta dell’accoglienza

Estate 2013. Sembra incredibile, ma… ci risiamo! Dopo Yvan Sagnet, dopo i processi penali e mediatici, dopo le autocelebrazioni sul tema dell’accoglienza, ci risiamo! Centinai di ragazzi di origine africana sono a Nardò, con i loro permessi di soggiorno, con i loro libretti di lavoro, con il carico di contributi INPS versati per saldare i pensionati italiani e dei quali non vedranno nemmeno le briciole; questi ragazzi sono qui per cercare lavoro. Sono qui per raccogliere angurie geneticamente modificate di cui qualcuno si fa persino vanto. Dormono sotto gli alberi di ulivo, in aperta campagna; qualcuno di loro ha ricevuto dalla Caritas qualche coperta, del cibo, la possibilità di essere ascoltati in quanto esseri umani. Niente docce e niente acqua corrente. Adam, etiope, è un rifugiato politico. Secondo la legge italiana, Adam avrebbe diritto ad essere protetto ed ospitato in un centro adatto ma, si sa, le risorse sono inesistenti. “L’Italia ha l’obbligo di assicurare ai richiedenti asilo un’adeguata accoglienza, finalizzata a garantire un livello di vita dignitoso e condizioni di vita analoghe in tutti gli Stati membri”, recita la legge. Bene, Adam dorme sotto un albero e, oltre al danno la beffa, nessuno gli propone contratti di lavoro, stante il suo status di rifugiato politico. Abdel e Muhammad, tunisini, ci raccontano di come il proprio paese abbia accolto i profughi libici della recente guerra civile libica del 2011. Nessuno, tra i milioni (non centinaia) di profughi, ha dormito per terra! A Nardò, in Italia, questo accade. Questi migranti africani non pretendono nulla, ma riflettono con noi sui principi della “democrazia globale”, quei principi per cui le popolazioni turche e brasiliane si stanno mobilitando. A Nardò si dorme. Sindaco in testa. Il quale, però, dorme tra lenzuola fresche e profumate. I migranti no. Loro dormono per terra, nonostante da tempo si sapesse che sarebbero arrivati per raccogliere le angurie. Non ci meravigliamo, poi, se in questo grande vuoto delle istituzioni, la situazione tra I migranti diventi incandescente… Questa politica riesce a trasformare in emergenza situazioni note da anni… Che tristezza, signor Sindaco.

Italia riVoluzionaria!

Alla fine arrivò. E fu una riVoluzione ordinata, silenziosa, ignorata dai media e dai potenti. Ignorata al punto che tanti, tra i potenti, appunto, non se ne sono nemmeno accorti. Se ne accorgeranno, pian piano. D’altronde, chi ha la testa china a contare il denaro difficilmente s’accorge del volo di una poiana, degli odori della primavera o del suono dell’acqua che scorre. Se ne accorgeranno, prima o poi. Qualcuno glielo dirà: la finanza che bussa in ufficio o il sorriso del suo “povero” ed insignificante vicino, oggi Senatore della Repubblica. E l’abbiamo fatta insieme… milioni di persone normali. L’abbiamo fatta con una matita! Con i libri e con le idee… Ed a quel comico, quel tale Grillo, io sarò eternamente grato… mai avrei sperato di poter essere così felice. Mi sentivo un folle a credere che le cose potessero cambiare. Un folle a pensare che questo mondo non fosse l’unico possibile. Ce ne sono altri, pensavo e penso. Tanti! Meravigliosi. Sono i mondi della civiltà, della bellezza, delle emozioni, dell’arte e della cultura, della sensibilità… Quanto care mi sono queste cinque stelle!

Che cos’è il denaro?

Dapprima fu il baratto. Quando, però, le merci iniziarono a moltiplicarsi, furono i Sumeri ad inventare, circa mille anni prima della nascita di Cristo, una nuova “merce” che potesse fungere da mezzo di scambio. Optarono per l’oro, sacro al dio sole, e l’argento, consacrato alla pallida luna! Si stabilì un rapporto tra i due metalli, di uno a tredici mezzo, corrispondente al rapporto tra l’anno solare ed i mesi lunari. Queste nuove merci metalliche erano informi e potevano pesare fino a trenta chili. Altre civiltà d’oltre oceano usavano, come merce di scambio, alcune varietà di conchiglie.
E’ solo nel 1700 che nasce la moneta di carta, garantita dallo Stato, istituzione allora nascente.
Questo è il denaro… uno strumento che possa sostituirsi alle merci. Una rapa, una moneta. Ti pulisco casa, un’altra moneta. Poi c’è la fantasia: invento una favola e te la racconto, dandoti giovamento? Un’altra moneta.
In questo marasma di usi che possiamo fare del denaro, qualcuno, con abito elegante, laurea in economia e cravatta, ha ben pensato di moltiplicare la fantasia, elevandola al quadrato e, spesso, al cubo: la “finanza creativa”. Dopo il capitalismo industriale, in cui si produceva valore, siamo entrati in un sistema dove si “estrae” valore. Dal nulla! Bolla, speculazione,… in qualunque modo si chiami, è un assurdo! Denaro che produce denaro che produce denaro… un vortice amorale! Nel senso che si è smarrito il senso, tra le tante cose, del denaro, del lavoro. Tutto è stato mistificato da un abile utilizzo della tecnica, del lessico. Questi uomini incravattati sono abilissimi a mandarci in confusione… Lo spread! I sub-prime! Gli hedge-funds! Parole e concetti che per noi, esseri comuni, sono e devono restare incomprensibili. Ma il mondo e la vita hanno un linguaggio solo, che è quello della semplicità e della verità. Persino nella coltivazioni dei campi noi esseri umani abbiamo commesso degli errori incredibili. Ma la natura ci spiega, a volte dolcemente altre più violentemente, che esiste una sola verità. E allora? Dove cercare quest’unica verità, quest’unica strada, che non sia nel misticismo delle religioni? Cito Umberto Galimberti, in modo che ciascuno possa trarre una sua conclusione: “E se “filo-sofia” non volesse dire “amore della saggezza” ma “saggezza dell’amore”, così come “teologia” vuol dire discorso su Dio e non parola di Dio, o come “metrologia” vuol dire scienza delle misure e non misura della scienza? Perché per filosofia questa inversione nella successione delle parole? Perché in Occidente la filosofia si è strutturata come una logica che formalizza il reale, sottraendosi al mondo della vita, per rinchiudersi nelle università dove, tra iniziati si trasmettte da maestro a discepolo un sapere che non ha nessun impatto sull’esistenza e sul modo di condurla? Sarà per questo che da Platone, che indica come condotta filosofica “l’esercizio di morte”, ad Heidegger, che tanto insiste sull’essere-per-la-morte, i filosofi si sono innamorati più del saper morire che del saper vivere?”

Sportiva-mente

DIstrazione

Qualche giorno fa ho salutato un amico. Per l’ultima volta. Alla fine del rito religioso in centinaia abbiamo battuto le mani; probabilmente per scaldare il cuore dei familiari. Probabilmente per dire grazie per tutto ciò che egli ha fatto, in vita, per ciascuno di noi. Quando muore un altruista, muore un eroe. Antonello era uno sportivo, un membro del Coni. Quando mi illustrava le sue idee per la sua città, la sua passione diventava liquido in cui potevi immergerti. Personalmente ho un gran bel rapporto con la morte, nel senso che non mi resta il vuoto per l’assenza. Questa volta, però, provo una netta sensazione di incompiutezza. Antonello era un uomo valido, onesto, intelligente. Aveva delle idee buone, grandi ma realizzabili. Aveva chiara la dimensione dello sport per i ragazzi. E’ rimbalzato, povero amico, come la pallina di un flipper, tra delusioni e contrasti, rifiuti ed inganni. La mia riflessione, oggi, è questa: è mai possibile che tanti di noi sprechino la vita per inseguire amorali obiettivi (che hanno la caducità di una foglia in autunno)? In questa dissennata società accade perfino che vengano ignorate le sane istanze di quelle poche persone che hanno deciso di tracciare un preciso disegno, nella propria vita. Antonello aveva questo disegno; si è affacciato nelle tante segreterie dei partiti, dai quali ne è uscito con la nausea. Di recente ha frequentato, nonstante la malattia, le riunioni degli attivisti a 5 stelle di Porto Cesareo. Per quello che mi è stato dato di conoscere, Antonello non aveva molta fiducia nelle iniziative politiche. Ha accostato i suoi amici cesarini perché li conosceva e li riconosceva come idealisti; a loro ha voluto regalare i residui della sua energia vitale. A noi che restiamo in piedi ha lasciato la sua eredità. Non sprechiamo le nostre vite: disegniamo un progetto e realizziamolo. Sentiremo la presenza di Antonello e ne vedremo ancora il sorriso quando, in questo sperduto e spergiuro Sud, si porranno le fondamenta di una piscina, di un palazzetto. Nell’eco degli strilli dei ragazzini sentiremo la sua ormai flebile voce.