Che cos’è il denaro?

Dapprima fu il baratto. Quando, però, le merci iniziarono a moltiplicarsi, furono i Sumeri ad inventare, circa mille anni prima della nascita di Cristo, una nuova “merce” che potesse fungere da mezzo di scambio. Optarono per l’oro, sacro al dio sole, e l’argento, consacrato alla pallida luna! Si stabilì un rapporto tra i due metalli, di uno a tredici mezzo, corrispondente al rapporto tra l’anno solare ed i mesi lunari. Queste nuove merci metalliche erano informi e potevano pesare fino a trenta chili. Altre civiltà d’oltre oceano usavano, come merce di scambio, alcune varietà di conchiglie.
E’ solo nel 1700 che nasce la moneta di carta, garantita dallo Stato, istituzione allora nascente.
Questo è il denaro… uno strumento che possa sostituirsi alle merci. Una rapa, una moneta. Ti pulisco casa, un’altra moneta. Poi c’è la fantasia: invento una favola e te la racconto, dandoti giovamento? Un’altra moneta.
In questo marasma di usi che possiamo fare del denaro, qualcuno, con abito elegante, laurea in economia e cravatta, ha ben pensato di moltiplicare la fantasia, elevandola al quadrato e, spesso, al cubo: la “finanza creativa”. Dopo il capitalismo industriale, in cui si produceva valore, siamo entrati in un sistema dove si “estrae” valore. Dal nulla! Bolla, speculazione,… in qualunque modo si chiami, è un assurdo! Denaro che produce denaro che produce denaro… un vortice amorale! Nel senso che si è smarrito il senso, tra le tante cose, del denaro, del lavoro. Tutto è stato mistificato da un abile utilizzo della tecnica, del lessico. Questi uomini incravattati sono abilissimi a mandarci in confusione… Lo spread! I sub-prime! Gli hedge-funds! Parole e concetti che per noi, esseri comuni, sono e devono restare incomprensibili. Ma il mondo e la vita hanno un linguaggio solo, che è quello della semplicità e della verità. Persino nella coltivazioni dei campi noi esseri umani abbiamo commesso degli errori incredibili. Ma la natura ci spiega, a volte dolcemente altre più violentemente, che esiste una sola verità. E allora? Dove cercare quest’unica verità, quest’unica strada, che non sia nel misticismo delle religioni? Cito Umberto Galimberti, in modo che ciascuno possa trarre una sua conclusione: “E se “filo-sofia” non volesse dire “amore della saggezza” ma “saggezza dell’amore”, così come “teologia” vuol dire discorso su Dio e non parola di Dio, o come “metrologia” vuol dire scienza delle misure e non misura della scienza? Perché per filosofia questa inversione nella successione delle parole? Perché in Occidente la filosofia si è strutturata come una logica che formalizza il reale, sottraendosi al mondo della vita, per rinchiudersi nelle università dove, tra iniziati si trasmettte da maestro a discepolo un sapere che non ha nessun impatto sull’esistenza e sul modo di condurla? Sarà per questo che da Platone, che indica come condotta filosofica “l’esercizio di morte”, ad Heidegger, che tanto insiste sull’essere-per-la-morte, i filosofi si sono innamorati più del saper morire che del saper vivere?”

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